Napoli, terra antica e magica

 

 

Come il corpo umano è percorso dal sistema venoso e arterioso, la terra è percorsa e irrorata da un sistema di acque sotterranee e da correnti magnetiche che emettono vibrazioni: Una volta captate e identificate, le correnti di energia della natura possono rivelarsi un aiuto prezioso per la nostra salute fisica e spirituale.

 

Proviamo a fare un viaggio attraverso i luoghi magici di energia di Napoli:

L'Accademia dei segreti

In cima a Via Cattaneo c’è uno spiazzo su cui si aprono due antiche porte, che in realtà sono due piccoli archi. Si tratta del piccolo borgo delle “Due porte” all’Arenella. Davanti alla chiesetta detta “delle fate” c’è un terrapieno ricco di cavità che conducono ad una rete di cunicoli che conduce anche alle fondamenta di un enorme palazzo. Nei pressi di questo palazzo sorgeva nel ‘500 la dimora del filosofo e alchimista Giovan Battista della Porta. A parte diverse sue invenzioni, Della Porta è ricordato per aver fondato l’”Accademia dei segreti”, un circolo iniziatico per i culturi delle scienze naturali.Il mistero che è perdurato intorno all’Accademia si è in parte svelato qualche anno fa, almeno per quel che concerne il luogo di incontro degli antichi scienziati. Un gruppo di speleologi napoletani, nel corso di un rilevamento, ha trovato colonne incise nella roccia, raffigurazioni di divinità egizie, un ingresso della caverna scolpito a forma di teschio, tracce queste che riconducono facilmente a culti e pratiche misteriche. Quindi il luogo delle riunioni segrete non era se non sotto il livello della strada, praticamente là dove sorgeva la villa del Della Porta.Ora la cavità principale è colma di detriti e materiale di risulta e i cunicoli che ad essa conducono sono in totale sfacelo.

Dove i vivi parlano con i morti 

Il Cimitero delle Fontanelle si trova nel cuore del Rione Sanità, tra via Foria e la collina di Capodimonte, ed è uno dei luoghi più suggestivi di Napoli. In questo ossario, che raccoglie oltre 40.000 resti, si può capire il rapporto che i napoletani hanno con la religione, la morte, i defunti, il destino, il lotto, la fortuna. Una visita al Cimitero delle Fontanelle racconta di Napoli e dei napoletani, ed aiuta a capire lo spirito di questo popolo molto più di tante parole.

Il cimitero dei poveri

Oggi il Cimitero delle Fontanelle si trova nel cuore di Napoli ma quando i greci scelsero questo luogo per allestire la necropoli pagana, la zona si trovava appena fuori le porte di Napoli. Trasformata in seguito in cimitero cristiano, le cave di tufo presenti in questa zona furono utilizzate per dare una sepoltura a chi non aveva la possibilità economica di pagarsene una più dignitosa. L'utilizzo delle cave come deposito di cadaveri ebbe un notevole incremento in seguito ai trecentomila morti causati dalla peste, che scoppiò a Napoli nel 1656. Una pestilenza che generò uno scenario spaventoso, con cadaveri sparsi per la città, immondizia e malattie che si propagavano a grande velocità. L'utilizzo delle cave permise di togliere i morti dalla città e adottare le giuste misure per debellare la peste. Dal 1656 il Cimitero delle Fontanelle ha accolto le ossa delle tombe ritrovate nelle Chiese bonificate in seguito all'arrivo a Napoli di Gioacchino Murat e, successivamente, quelle derivanti dall'epidemia di colera del 1836. Ma secondo alcuni, oltre a questi cadaveri "ufficiali", nella cava sono stati disposti anche i resti di persone abbienti che richiedevano di essere tumulate nelle Chiese. Di giorno si svolgeva il funerale, così come voleva il defunto e la notte i becchini trafugavano il corpo portandolo alla cava, per evitare l'affollamento. A causa del sistema fognario praticamente inesistente, in seguito ad un allagamento della cava, i resti furono riportati in superficie, dando vita ad uno spettacolo apocalittico spaventoso. Solo dopo questa sciagura si decise di dare alle ossa una disposizione, costruire un altare e riconoscere ufficialmente la cava come ossario.

Il culto della "anime pezzentelle"

 

Napoli ha una straordinaria varietà di modi per venerare il culto dei morti. L'attaccamento popolare al Cimitero delle Fontanelle, dove i fedeli si prendevano cura delle "anime pezzentelle" (anime povere), era così forte che nel 1969, l'allora Cardinale di Napoli, Corrado Ursi, ne decretò la chiusura per l'eccessiva paganità del culto. La cura dei teschi presenti nel Cimitero delle Fontanelle, infatti, ha davvero poco a che fare con il cattolicesimo e si va a collocare in quella strana miscela di sacro e profano che pervade tutta la tradizione napoletana. I devoti sceglievano un teschio, lo pulivano e costruivano un altarino con lumini e rosari. Iniziavano a pregare per l'anima prescelta che, attraverso il sogno, si manifestava. Lo spirito chiedeva che gli venissero rivolte delle preghiere per alleviare le pene del purgatorio. Il devoto, una volta tornato al Cimitero delle Fontanelle, abbelliva ancora di più l'altare, continuava a pregare e, in cambio, chiedeva una grazia. Solitamente, questa consisteva nella comparsa in sogno dello spirito, che consigliava i numeri da giocare al lotto. Se la grazia avveniva, il teschio veniva posto in un luogo più protetto: una scatola di latta, per chi non aveva disponibilità, teche di vetro o veri e proprio loculi per chi poteva permetterselo. Se la grazia non arrivava, il teschio tornava assieme a tutti gli altri e veniva scelto un altro con il quale si iniziava la stessa trafila. La tradizione vuole che quando lo spirito compie la grazie, il teschio inizi a sudare, indicando in questo modo la sua intercessione nel mondo dei vivi. In realtà, l'alto tasso di umidità della cava fa formare goccioline di condensa sui teschi, facendoli sembrare sudati.

Il teschio del Capitano: il più scelto dai devoti

La devozione popolare nei confronti del Cimitero delle Fontanelle ha fatto nascere leggende la cui origine si è persa nella notte dei tempi. Il teschio più conosciuto della cava è quello del "Capitano", un vera e propria star del Cimitero delle Fontanelle. Il teschio del Capitano è adagiato in una teca di vetro e, a differenza degli altri, è sempre perfettamente lucido, forse proprio in virtù dei vetri che lo proteggono dall'umidità. Ma per la gente di Napoli il "Capitano" è un anima pia, che ha aiutato tantissimi devoti. Della sua storia esistono diverse versioni, ma la più "sentita" è quella che riguarda i "due sposi". Si narra di una giovane donna promessa sposa che nutriva un'autentica venerazione per il teschio del Capitano. Il suo futuro marito, invece, riteneva che tutte quelle attenzioni per delle vecchie ossa fossero tempo perso. Un giorno il giovane decise di accompagnare la futura consorte al Cimitero delle Fontanelle per vedere da vicino il vecchio teschio. Una volta nella cava, il giovane infilò un bastone nella cavità dell'occhio del teschio e con fare scherzoso, invitò il Capitano al suo matrimonio. Il giorno delle nozze, tra gli invitati festanti, apparve un uomo con la divisa dei carabinieri. Quando lo sposo chiese al carabiniere di qualificarsi, questo ripose che era stato proprio lui ad invitarlo, e che si era anche divertito ad accecargli un occhio in quell'occasione. Dopo la presentazione il Capitano aprì la sua divisa, e invece di un corpo d'uomo, apparvero solo le ossa dello scheletro. Alla vista di quella scena, i due novelli sposi morirono sul colpo, e la leggenda vuole che siano conservati ancora oggi nella prima stanza del Cimitero delle Fontanelle sotto la statua di Gaetano Barbati.

Il Monacone e i nobili

Proseguendo nel Cimitero delle Fontanelle si incontra un altro "personaggio storico" del luogo. Si tratta della statua di San Vincenzo Ferrer, meglio conosciuto come "Il Monacone". La statua è stata decapitata e al posto della testa è stato messo un teschio. "Il Monacone" è illuminato da un raggio di luce che entra dall'esterno, dando una connotazione ancora più sinistra alla statuae e al luogo. Accanto al "Monacone" fanno la loro comparsa gli unici scheletri interi ben visibili all'interno del Cimitero delle Fontanelle. Sono "I nobili", giunti fino ad oggi intatti e ben vestiti, e che in vita erano Filippo Carafa, Conte di Cerreto e di Maddaloni e la sua consorte Margherita. Una delle sala del Cimitero delle Fontanelle, quella chiamata il "Tribunale", secondo una leggenda secolare, era il luogo in cui avveniva l'iniziazione dei giovani camorristi, che qui pronunciavano il loro giuramento, scendendo nella cava come uomini e risorgendo alla luce del giorno come affiliati alla congregazione criminale.

La Cappella Sansevero

Venne fondata come sacello funebre dalla fam. Raimondo Sangro, principe di Sansevero, scienziato,alchimista,massone,inventore. L'interno è un tripudio barocco,con statue. colori, forme ,medaglioni ecc. con significati esoterici e simbolici. Al centro la statua del Cristo velato. Si dice che per farla eseguire il principe ipnotizzo lo scultore, con l'aiuto del diavolo e poi l'acceco. La Cappella è famosa per la presenza di due "automi" due scheletri umani uomo e donna interamente rivestiti della rete sanguigna completa di vene e arterie. Si raccontava che il principe avesse ucciso due servi iniettando nelle loro vene metallo fuso.

I FANTASMI A NAPOLI

Basilica dell'Incoronata 

In questa Basilica, in alcuni periodi dell'anno (ed in particolare durantela primavera), lungo le adiacenti gradinate appare lo spettro di una giovane ragazza in abito nuziale. Ella avrebbe dovuto percorrere quei gradini per coronare il suo sogno d'amore ma, proprio nel giorno fissato per il matrimonio, morì di tisi. Curiosità: il Fantasma sembra apparire solo alle ragazze nubili.

 

Palazzo "dell'impiccato"

In zona Corso Garibaldi, pare vi sia un condominio infestato dal Fantasma di un impiccato. La sua testa appare lungo le scale ed ha terrorizzato molte persone. L'apparizione sarebbe da imputarsi ad un soldato spagnolo che fu impiccato dal popolo in rivolta.

 

Piazza Bovio

Lungo le strade che confluiscono nella piazza, appare lo spettro di una donna del Seicento. Il suo Fantasma fugge disperato come se fosse inseguito. Nessuno é riuscito però a scorgere il suo volto e ad avvicinarla. Si ritiene che l'apparizione sia quella di una donna violentata e poi uccisa dai saraceni molti secoli fa.

 

Palazzo reale

Maria Carolina di Borbone, sposa di Ferdinando IV di Napoli, dà vita a sfarzosi ricevimenti nelle sale del museo di Capodimonte.Nei saloni apparirebbero luci e misteriose figure.

Le danze sono accompagnate dal suono di antichi strumenti musicali.

 

Palazzo Fuga

Questo antico palazzo, che alcuni secoli addietro ospitava i poveri della città, secondo alcune indiscrezioni sarebbe ancora popolato da misteriose presenze: bagliori alle finestre, strane figure e lamenti animano questo luogo.

 

Ponte della Sanità

Il ponte si trova in zona Capodimonte. Secondo alcune testimonianze,durante le notti piovose, sarebbero udibili i lamenti e i pianti di coloro che ivi si suicidarono.

 

Via Nuova Marina

Lungo questa via appare lo spettro di un soldato della marina americana. Costui apparirebbe (cosa curiosissima!) solo quando negli appartamenti della zona vengono preparate delle patatine fritte.Biondo e con un amichevole sorriso, in testa porta la tipica bustina dellamarina militare. 

 

Chiesa di Santa Chiara

Giovanna I d'Angiò, regina di Napoli, fu uccisa nel 1382 nel castello di Muro per ordine di Carlo III di Durazzo che ne aveva invaso il regno. Poiché ella aveva appoggiato l'antipapa Clemente VII, papa Urbano VI non le concesse la sepoltura in terra consacrata. Ebbene, secondo una tradizione partenopea, ogni anno nella ricorrenza della sua morte, Giovanna apparirebbe nel chiostro della chiesa di Santa Chiara. Secondo quanto si narra, avanzerebbe lentamente lungo i vialetti o rasente ai muri col capo chino. Nel suo incedere, di tanto in tanto,farebbe qualche sosta sollevando lo sguardo.Una nota di colore vuole che la sua espressione sia così terribile dadeterminare la morte di chiunque incroci i suoi occhi.Una segnalazione che sembra molto legata alle leggende popolari dellazona più che a qualche episodio concreto ma che vale tuttavia la pena di sottolineare.

 

Piazza S.Domenico Maggiore

Lo spettro di Maria D'Avalos, uccisa dal marito Principe Gesualdo per via della sua relazione adulterina col duca Fabrizio Carafa, si farebbe notare secondo la tradizione popolare nei pressi di Piazza S.Domenico Maggiore, in prossimità del Palazzo di San severo dove la donna fu uccisa. Si dice che nelle notti di luna piena sarebbe possibile notare una evanescente figura femminile che, in vesti succinte e con i capelli mossi dalla brezza, si aggirerebbe dolente alla ricerca del suo amante Fabrizio. Sarebbe altresì udibile un sibilo simile ad un soffuso lamento

 

FIGURE MISTERIOSE:

 

 

'O munaciello:

 

 Il personaggio esoterico più noto e temuto-amato dal popolo napoletano è "'o Munaciello", sorta di spiritello bizzarro che si comporta sempre in modo imprevedibile e sul quale sono sorte infinite leggende metropolitane e detti popolari. E' così vasta la testimonianza che riguarda questa simpatica "entità" che non vi è posto per nessun dubbio sulle sue "manifestazioni", che spesso sono oggetto di vivaci discussioni - da "basso" a "basso" - su come "onorare" questo spiritello che si mostra sotto forma di vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi.Scalzo, scheletrico, lascia delle monete sul luogo della sua apparizione come se volesse ripagare le persone, in genere fanciulle procaci e allegre, dello spavento provato o di inconfessate (dalle fanciulle) confidenze "palpatorie" che ama a volte concedersi. Secondo una radicata tradizione "'o Munaciello" era il soprannome dato a un trovatello - molto malato - effettivamente vissuto in un imprecisato periodo tra il primo e il secondo Rinascimento, morto in giovane età, e noto per la sua dolce vivacità nonostante una debilitante malattia, a sua volta non ben definita. Gli occultisti pensano che questa versione se la sia inventata il popolo, arricchendola via via di caratteristiche "bonarie", per non accettare la teoria - più esotericamente giusta - di una presenza demoniaca (spesso le forze del Maligno prendono l'aspetto di un frate per meglio ingannare le vittime) che tenterebbe ogni volta, con piccoli e grandi doni, di "comprarsi" un'anima. Ma si ha notizia di cospicui ritrovamenti di denaro e di situazioni divenute di colpo favorevoli, attribuiti al Munaciello, che non hanno necessariamente comportato la prevista "crusca" rendendo molto commestibile e nutriente questa "farina del Diavolo". E allora? Allora il popolino, ancora e nonostante tutto, si augura, con un tantino di sacro timore, la visita del lascivo e dispettoso Munaciello, atteso spesso inutilmente tutta una vita.

'a janara (la strega)

Donna reale dalle qualità medianiche e temuta fattucchiera, dedita a pratiche "anche" di magia nera, le persone anziane napoletane di solito raccontano di strani incontri con la JANARA avvenuti nelle fattorie di campagna e nelle stalle. Si dice che le streghe usassero i cavalli e altro bestiame nei loro riti magici, fino a portarli alla morte!

La leggenda di Castel dell'Ovo

 

Il discorso sull'esoterismo a Napoli si fa molto interessante nel Medioevo normanno e angioino, quando si sviluppò, e vi trovò enorme credito, la teoria di Virgilio il Mago. I rapporti del grande poeta latino con Neapolis sono moltissimi; la città che ancora ne onora la tomba nel parco di Fuorigrotta che porta il suo nome, presenta due diverse direttrici "d'amore": quella colta che riguarda la sua prestigiosa opera letteraria, e quella popolare che lo venera quale Mago- Salvatore della città stessa; il "Liberatore" da varie iatture come, ad esempio, invasione di insetti o serpenti, con l'ausilio di particolari "incantesimi". La testimonianza più affascinante di questa "credenza" resta il nome di "Castel dell'Ovo" alla turrita struttura dell'isolotto di S. Salvatore, la greca Megaride, unita in seguito alla costa (artificialmente) dal Borgo Marinaro. In effetti l'origine del nome resta alquanto misteriosa se non si analizza bene il "nome" stesso. Per prima cosa gli studiosi di alchimia sanno che il termine uovo o meglio uovo filosofico è il nome "esoterico" dell' Athanor, il piccolo forno chiuso, il matraccio di metallo o di un particolare vetro nel quale avveniva la lenta trasmutazione degli elementi primari - zolfo e mercurio - in metallo "prezioso", L'oro alchemico. Operazione iniziatica che definiva, in effetti, una profonda mutazione dello spirito e dell'intelligenza dell'operatore. A Napoli, nel periodo medioevale, fiorisce una grande scuola ermetica che si occupa di alchimia. I processi di "liquefazione", "soluzione" e "calcinazione" sono favoriti da una particolare terra vulcanica offerta dal Vesuvio mentre la distillazione dell'acqua marina era ritenuta l'unico surrogato alla rugiada raccolta nella notte - l'acqua degli alchimisti - che doveva possedere un grado altissimo di "purezza cosmica". Megaride divenne presto, già nell'età classica, rifugio di eremiti che occuparono le piccole grotte naturali ed i ruderi delle costruzioni romane della grande domus luculliana che dalle pendici di Pizzofalcone giungeva all'isolotto di Megaride. I monaci Basiliani riutilizzarono poi le possenti colonne romane per ornare la sala del loro "cenobio", come ancora si può notare visitando Castel dell'Ovo. E' noto che molte ricerche alchemiche avvenivano celate ai più proprio nel segreto di alcuni monasteri medievali ed è confermata la presenza sull'isolotto di monaci alchimisti. In un antico documento, si legge di un antico amanuense che aveva speso tutta la sua esistenza "... nello studio e nella trascrizione di Virgilio...". E le continue e appassionate ricerche operate da studiosi hanno testimoniato più volte la profonda "cultura virgiliana" della classe colta e religiosa napoletana tra il Medioevo angioino e il Rinascimento aragonese. Infatti si è già accennato a quell'amore particolare dei napoletani per il poeta mantovano.Virgilio, narrano molte cronache medioevali napoletane, entrò nel castello di Megaride e vi pose un uovo chiuso in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta, avvisando che alla rottura dell'uovo tutta la città sarebbe crollata. Altre versioni parlano di un uovo sigillato in una "caraffa" di cristallo sempre murata in un luogo segreto del castello con la stessa raccomandazione. Così nasce il nome di "Castel dell'Ovo" che l'isolotto ha sempre conservato, e lo si evince sia dagli scritti antichi che da una radicata tradizione orale. L'ipotesi che ne deriva è questa: Virgilio apprende il metodo di "distillazione" da un seguace dei misteri orfici ancora operante nella campagna napoletana e si procura un recipiente adatto per distillare ed operare nel segreto di "laboratori" ospitati in ville patrizie di nobili che, ottemperando al volere di Mecenate Ottaviano, renderanno al Mantovano del tutto sereno il soggiorno napoletano. Virgilio, che ha studiato proprio a Napoli alla scuola del epicureo Sirone ed ha nel cuore Esiodo e Lucrezio, si addentra sempre di più nella conoscenza segreta della natura iniziandosi ai culti di Cerere e Proserpina allora vivissimi a Neapolis. Ma allora Virgilio è veramente un "mago" pre-alchimi-sta? Perché Dante Alighieri, il più "iniziato" dei nostri poeti, affiliato per sua stessa ammissione alla setta dei Fedeli d'Amore a Firenze, iscritto alla corporazione de' medici e speziali che ha lasciato il più eccelso ed inquietante libro "esoterico" nella immortale Commedia, ha voluto come "guida" proprio Virgilio? Di certo Napoli l'amò moltissimo, e lo ritenne prima di S. Gennaro protettore a tutto tondo. Tant'è che morto a Brindisi nel 19 a.C. onora da sempre la "tomba" napoletana.

 

 

O topo se tène 'o turco

 

Solitamente, le scritte e i graffiti che si trovano sui muri dei palazzi vengono cancellati in breve tempo, ma esisteva una scritta, in una strada non principale di Napoli, che suscitava sgomento e ilarità.La frase (scritta forse con spray o con pennello) recitava così: “‘O topo se tène ‘o turco” (in Napoletano con “tenersi qualcuno” si intende portarsi a letto qualcuno o quantomeno tenere una persona sotto il proprio controllo totale).Questa scritta era riportata in altre due zone di Napoli, sui muri di altri due palazzi. Quindi in tutto erano tre scritte uguali, in tre zone diverse della città, e la cosa bella è che era uguale anche il modo della scrittura.Aprendo una cartina della città, i tre punti, uniti, formavano un perfetto triangolo, piuttosto esteso, che copriva una vasta area di Napoli.All’interno dell’area interessata (l’area 51 di Napoli) moltissime persone avevano sentito parlare dei due personaggi, (Il Topo e Il Turco), e ricordavano perfettamente della considerazione di cui godevano i due personaggi.I due loschi figuri erano vissuti ed avevano operato verso gli anni ‘20-’30 ed erano conosciuti come “Santoni” in grado di operare nel campo della Magia Nera.Molti anziani abitanti della zona nel triangolo ricordavano che diversi parenti di entrambi i santoni erano morti di morte violenta ma soprattutto strana, (esempio, moriva uno zio del Topo per soffocamento da acino di uva? Dopo poco moriva un parente del Turco per indigestione da singolo alimento… moriva una sorella del Topo per impiccagione nell’androne del palazzo? Dopo poco moriva il fratello del Turco per essere “caduto” su un’inferriata appuntita del proprio palazzo…e così via).Entrambe le case dei due Santoni (Maghi? Stregoni?) sono attualmente due catapecchie abbandonate ma non abbattute, quella del Topo è effettivamente uno stranissimo luogo dove anche a mezzogiorno è possibile vedere decine di topi entrare e uscire indisturbati, mentre quella del Turco contiene, anche all’esterno, simboli dell’Oriente come mezzelune e altri simboli cabalistici.

Conclusione

Seppur sono esistiti ed hanno “combattuto” tra loro queste due persone, essendo ormai morti entrambi da un bel pò di tempo (intorno agli anni ‘50). Chi continua a scrivere e rinnovare le scritte nei tre punti della città che delimitarono il loro campo di battaglia?

Tutto questo strana storia fu inviata verso il 1988 al “Giornale Dei Misteri” che inviò un redattore.Dopo 6 mesi ci fu detto che Il Topo e Il Turco al 99% erano i “soprannomi” dei più potenti maghi di magia nera di cui si ha traccia a Napoli.Ovviamente, pare che nella lotta tra i due figuri… abbia vinto Il Topo.

MASSONERIA A NAPOLI

 

Mariano Iodice, studioso della storia e della dottrina massonica, ha portato alla luce un’altra utile testimonianza che rafforza la sua teoria di una Loggia di rito unificato massonico-egizio-rosacruciano a Napoli. Il tentativo di costituire la Loggia fu opera, secondo lo storico della massoneria Iodice, del conte Cagliostro che dimorò nel centro partenopeo per alcuni anni. Del resto, non mancano riferimenti notevoli in tal senso. Nel 1663 si costitusce a Napoli, sul modello della Royal Society inglese, l'Accademia degli Investiganti (con Leonardo di Capua, Alfonso Borrelli, Tommaso Cornelio, Francesco d'Andrea ed il benedettino Caramuel) con l'intento di ricercare la verità nascosta nel Libro della Natura ed ispirandosi al pensiero di Galileo, Gassendio e Cartesio, ma collegandosi idealmente soprattutto a Bruno e Campanella: sapendo quanto fosse stata decisiva nella costituzione della Società inglese l'influsso rosacrociano, anche se vogliamo prescindere dall'effettiva presenza a Napoli di un gruppo di Rosacroce, si può tuttavia ammettere l'esistenza di un collegamento, almeno ideale, con tale corrente iniziatica. Comunque, nel corso del '600, va ricordata anche la presenza a Napoli del Marchese Francesco Maria Santinelli di Pesaro, autore di un'importante raccolta di poesie alchemiche, la Lux Obnubilata, che, insieme al Novum Lumen Chimicum del Cosmopolita, costituisce un punto di riferimento della letteratura alchemica seicentesca rosacrociana. Ed è a questa corrente di pensiero che il Principe di San Severo, senz'altro il più famoso degli "esoterici" napoletani, era ben verosimilmente collegato; d'altra parte, il suo interesse per i Rosacroce è dimostrato dal fatto che fece pubblicare la traduzione di due opere, che a tale corrente si riferiscono, per quanto in chiave scherzosa: il Conte di Gabalis dell'Abate Montfaucon de Villars ed il Riccio Rapito di Alexander Pope .